Il web, i Social e la crisi dell’italiano

 

Internet è stata la più grande invenzione dell’uomo, capace di rivoluzionare gli scenari della comunicazione e di superare l’utenza degli old media (radio, stampa e televisione), agglomerandoli in un unico strumento.

Internet permette di accedere a qualunque tipo di informazione in modo istantaneo e di mettersi in contatto con qualunque persona del mondo, il tutto soltanto attraverso una semplice connessione. Non c’è dubbio che questo sia stato un grande vantaggio per una società che ha da sempre necessitato di connettere individui e gruppi, a prescindere dall’età, dalla lingua e dalla cultura.

L’ultima tappa di questo processo ha visto l’avvento di Facebook e degli altri Social, entrati ormai a far parte della vita quotidiana e diventati anche strumenti professionali attraverso cui le aziende o i singoli promuovono le loro attività, connettendosi in modo semplice e gratuito.

C’è però un aspetto non trascurabile, in tutto ciò. I Social sono utili per la connessione istantanea, ma allo stesso tempo evidenziano tutti i limiti, sia intellettuali sia culturali, dell’utente medio.

A tal proposito si era espresso Umberto Eco.

«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli» aveva detto quando gli era stata conferita la laurea honoris causa in Comunicazione e Cultura dei Media presso l’Università di Torino. «Prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli».

Eco non voleva senz’altro demonizzare i social media. E d’altronde, dall’autore di Apocalittici e integrati non ci si può attendere questo. Ma la sua battuta provocatoria diventa spunto per riflettere su un altro aspetto: l’uso dell’italiano nell’era di Facebook e Twitter.

Anni fa, il linguaggio SMS costringeva a essere sintetici, avendo a disposizione un numero limitato di caratteri all’interno di un messaggio; e poiché, agli albori dell’era dei cellulari, non esistevano le promozioni odierne sulle telefonate o sugli SMS stessi, era stato inventato il cosiddetto linguaggio SMS, che permetteva di risparmiare alcuni caratteri eliminando, per esempio, le vocali. Si generavano, di conseguenza, mostri come “xk” (“perché”), “qnd” (“quando”), “cmq” (“comunque”) e così via, senza nessun ritegno. L’abitudine diventava abuso quando questo linguaggio si estendeva anche laddove non era necessario, per esempio nei compiti di Italiano. E si sa che le cattive abitudini sono difficili da eliminare.

Ad ogni modo, oggi il linguaggio SMS sopravvive, seppur in misura minoritaria, anche nei Social, pur non essendoci alcun bisogno di risparmiare i caratteri. La cosa potrebbe valere su Twitter, poiché un Tweet ha un numero predefinito di caratteri che non può essere superato.

Una modalità espressiva valida introdotta nell’ambito di un SMS è diventata, dunque, la norma, una consuetudine a cui non si fa più caso. Allo stesso modo non si fa più caso all’abolizione della punteggiatura; e pare davvero improbabile che tutta l’utenza di Facebook voglia imitare il flusso di coscienza di Joyce.

Così, spesso nei commenti e nei post, i punti e le virgole latitano, mentre i due punti e il punto e virgola sono adottati soltanto da un numero assai esiguo di eletti. La virgola rimpiazza il punto e si abbonda o si risparmia con il numero dei puntini di sospensione: due o quattro, cinque, sei, all’infinito, anche se i puntini sono tre e basta.

Tutto questo non fa che mortificare l’italiano e la grammatica, se si osserva dunque la forma. Senza trascurare, come è chiaro, gli errori ortografici più comuni, come “un pò” o “a” preposizione con l’acca eccetera.

Le radici di queste carenze linguistiche si devono a un sistema scolastico che non è più quello di una volta. Sarebbe legittimo incolpare gli insegnanti impreparati o incapaci di far apprendere, ma la questione è ben più delicata e la scuola è uno dei responsabili di questa sciatteria generale nell’uso della lingua che fu di Dante.

Così si ritorna al principio, a Internet, e alla frase di Umberto Eco sulla democrazia del web. Perché Internet ha dato parola agli imbecilli, questo è vero, ma l’ha data anche agli ignoranti; e un errore ortografico, così come la tendenza ad abolire la punteggiatura, non è altro che lo specchio dei tempi: la velocità, la disattenzione, la focalizzazione sul contenuto e non sulla forma.

Internet può diventare un grande strumento di informazione ma va usato nel modo giusto. I Social sono una grande risorsa per creare connessione ma allo stesso tempo creano dipendenza e veicolano superficialità e conformismo.

La lingua italiana è un patrimonio che va tutelato; e Internet (e in particolare i Social), viste le sue smisurate potenzialità, dovrebbe diventarne il paladino, non il suo giustiziere.

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