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La Storia in pillole: la battaglia di Little Bighorn

Custer’s Last Stand Reenactment, Hardin

Il 25 giugno del 1876, nei pressi del torrente Little Bighorn nel Montana, Stati Uniti, ci fu una delle battaglie più conosciute delle Guerre indiane, combattute tra il Settecento e l’Ottocento tra i nativi americani e i coloni prima e le autorità statunitensi poi. Le Guerre indiane, che terminarono intorno al 1890, segnarono la conquista delle nazioni indiane e in molti casi la decimazione dei loro abitanti, e sono considerate uno degli eventi fondanti degli Stati Uniti per come li conosciamo oggi, e allo stesso tempo tra gli episodi più tragici della storia americana.

Era una giornata caldissima, non spirava un alito di vento sulla valle del Little Bighorn, quello che i nativi chiamavano il fiume dell’Erba Grassa. Oltre 1.200 tepee di pelle di bisonte punteggiavano l’altopiano erboso lungo la sponda occidentale del corso d’acqua, dispiegati per quasi 3 km da nord a sud. Benché fosse già passato mezzogiorno, in quel sonnolento 25 giugno 1876 gli abitanti del villaggio, circa novemila fra Cheyenne e Lakota Sioux, faticavano a riprendersi dopo una notte di festeggiamenti. Ufficialmente si trattava del tradizionale raduno in occasione della Danza del Sole, ma tutti sapevano che c’era una guerra in corso: i rapporti con i bianchi si erano ulteriormente deteriorati da quando, nel 1874, era stato scoperto l’oro sulle Black Hills. Secondo i vecchi trattati stipulati con il governo le montagne sacre erano off limits senza l’autorizzazione dei nativi. Di ciò poco o nulla importava ai cercatori d’oro che a migliaia si riversarono in quelle terre.

Tra i due litiganti, il governo americano non riuscendo a trovare un accordo pacifico, alla fine del 1875 aveva lanciato un ultimatum: le tribù che non avessero raggiunto la Grande Riserva Sioux entro febbraio, sarebbero state considerate “ostili” e cacciate con la forza. Per far rispettare l’ultimatum l’esercito americano decise di convergere le proprie forze verso il raduno indiano. Le truppe comandate da tre generali, Crook, Gibbbon e Terry che marciava con il tenente colonnello Custer a comando del settimo cavalleggeri in effetti si trovarono però nella difficoltà di poter convergere nello stesso luogo senza delle mappe dettagliate e questo fu uno dei motivi della disfatta che ne seguì.

Senza dilungarci oltre basti sapere che una serie di errori da parte delle truppe americane determinate da una scarsa conoscenza dei luoghi e dalla sottostimata presenza dei nemici, portò ad una clamorosa disfatta. Un’ultima curiosità l’unico sopravvissuto dei circa duecento soldati sotto il comando di Custer fu solo l’italianissimo tombettiere Giovanni Martini, con un passato da garibaldino, spedito a chiedere rinforzi.