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Oblomovismo, una malattia attuale

Non è facile incontrare romanzi come Oblòmov, capolavoro di Ivan Gončarov. Tutto il romanzo è pervaso da un senso di immobilità, di staticità, di apatia permanente. Leggendo le gesta incompiute di Oblòmov, il lettore italiano non può che rammentare l’inetto sveviano. E Oblòmov altri non è che un inetto. La differenza con gli eroi sveviani sta nella nazionalità.
Oblòmov è un nobile proprietario terriero, abituato sin da piccolo a essere circondato dai servi. Il suo servo di fiducia, Zachàr, gli infila addirittura gli stivali. Per tutta la prima parte del romanzo Oblòmov è immobile: non accade nulla – ma si pensa tanto e si parla tanto. Gončarov non manca di penetrare nei pensieri più reconditi dei suoi personaggi – a incominciare proprio da Oblòmov, di cui racconterà per filo e per segno il suo sogno (che invero è un flash-back che serve a spiegare perché quest’uomo sia così inerte). Si ha l’impressione – non esagerata – che si vogliano rispettare le unità aristoteliche.
Oblòmov, però, è trascinato per mano da qualcuno: in particolare dal suo caro amico Stolz, che si accorge della sua apaticità e cerca di smuoverlo. Stolz è tra i pochi in grado di capirlo. Non mancano le contraddizioni: Oblòmov, pur essendo così apatico, così inetto e così pigro, riesce a conquistare il cuore di ben due donne, Ol’ga e la padrona di casa. Ma Oblòmov ha anche paura di cambiare la propria vita: per questo è un inetto. Nel momento in cui ha la possibilità di sposarsi con Ol’ga si tira indietro, inventa scuse – scrive una lettera in cui convince Ol’ga che in realtà lei non lo ama e che lui non è l’uomo giusto. Stolz è l’esatto opposto di Oblòmov: pensa poco, agisce tanto, si dichiara a Ol’ga e la sposa.
“Oblomovismo” è un termine coniato proprio da Stolz: così chiamiamo l’intorpidimento della coscienza, della voglia di vivere. Oblòmov non vive: non vuole leggere, trascorre le sue giornate a dormire; ma soprattutto, indossa una lacera vestaglia, che si ostina a non buttare e che rappresenta il suo attaccamento alle mura domestiche. Anzi, la sua tenuta, Oblomovka, non è altro che il rifugio ideale per l’uomo che ha paura del mondo: qui Oblòmov trova il cantuccio per riscaldarsi, trova un ambiente accogliente; trova insomma un quieto vivere, che per lui è la felicità ma che invero ne è solo la mera illusione. Stolz lo sa e fa di tutto per aiutarlo, invano.
La storia di Oblòmov – peraltro ridotta all’osso, poiché un personaggio simile è più un anti-eroe che un eroe – è condita da approfondite analisi psicologiche. Gončarov vede tutto, sa tutto dei suoi personaggi; interpreta i loro pensieri e guarda con pacata rassegnazione al destino del suo anti-eroe. Oblòmov è una feroce polemica nei confronti dell’immobilismo della società russa. C’è bisogno di fare qualcosa ma in realtà non si vuole far niente, non si ha la forza di fare niente – dice Gončarov.
Il destino di questi anti-eroi è segnato, proprio come lo era quello dell’inetto sveviano. Questo splendido romanzo è – come la maggior parte dei classici ottocenteschi – attualissimo, capace di coinvolgere il lettore nonostante la lentezza delle prime pagine. Il fascino risiede proprio nell’alternanza di azione e introspezione – peraltro, come si è già detto, l’azione è ridotta all’osso.
A che cosa è dovuto l’oblomovismo? Ci sono delle cause concrete alla base di questo torpore, di questa apatia? Gončarov lo chiarisce nel capitolo intitolato “Il sogno di Oblòmov”, una lunga digressione sulla sua infanzia. L’educazione porta l’individuo a comportarsi in un certo modo da adulto, ad adeguarsi a un certo modus vivendi e soprattutto ad abituarsi a esso. Questa abitudine in realtà è un male: le mura domestiche sono una certezza; il mondo esterno un’incertezza che provoca inquietudine e paura. Il quotidiano è rassicurante; l’insolito è un rischio. Per questo motivo Oblòmov non ha il coraggio di sposare Ol’ga ed è condannato a non realizzare niente nell’arco di tutto il romanzo. Oblòmov, in fin dei conti, non fa nulla di particolare per essere il protagonista di un romanzo, non è anzi il personaggio adatto per un romanzo. Tuttavia, è proprio nella sua apatia, nella sua pigrizia e nei suoi comportamenti a volte eccessivi, a volte così umani, che risiede la sua grandezza. Ed è per questo che, come Raskòlnikov e Anna Karenina, è e per sempre sarà uno dei personaggi meglio riusciti della letteratura russa ottocentesca.