Fake News: il problema siamo noi?

Si infittisce il dibattito riguardo la problematica delle fake news che mettono in luce uno spaccato socioculturale preoccupante. Le fake news sono un fenomeno che ha preso piede ben prima del boom dei social networks ma che grazie a questi è riuscito a penetrare nella nostra quotidianità.
I social networks hanno un ruolo cardine nella diffusione delle notizie e per contro anche delle bufale. Non si assiste più impassibilmente alle informazioni, la semplicità di accesso alla notizia e la relativa immediata possibilità di condivisione ha dato vita ad un nuovo giornalismo di tipo partecipativo che ha i suoi pro e i suoi contro.
Secondo una indagine del CENSIS del 2016 il 35,5 del totale della popolazione italiana si informa attraverso Facebook, ciò potrebbe rappresentare un’arma a doppio taglio laddove si tende a condividere una notizia senza affrontarla con la giusta dose di spirito critico.

Lo scopo principale delle fake news è quello di ottenere più click possibili (in altro modo definito click baiting), benché queste possano essere sapientemente utilizzate per cercare di sovvertire uno status quo. Il modus operandi dei cosiddetti “siti bufalari” è sempre il medesimo, titolo e contenuto sensazionalistico rivolto alla pancia del “lettore” che spesso e volentieri soddisfa le sue aspettative limitandosi a leggere il titolo senza prendere in esame l’articolo, dal quale potrebbe in realtà trarre degli spunti utili a verificare la veridicità della notizia.
L’immediatezza e la facilità di accesso alle notizie portano con sé il rischio che sempre più fake news possano mimetizzarsi con il mondo dell’informazione, poiché una alta percentuale del popolo del web non riesce a scindere i fatti dalla finzione, si pensi alle vicissitudini relative ai “no vax” e a tutti coloro i quali hanno perorato una causa basata su numerose bufale in circolazione. Grazie alla diffusione di notizie come “i vaccini causano l’autismo” che non è stato il solo titolo dai toni “terroristici”, la percentuale dei vaccinati contro il morbillo in Italia è scesa sotto quella dell’India
Un altro aspetto interessante è la tendenza a condividere compulsivamente i contenuti sul nostro feed. Secondo una ricerca del Chigago Tribune 6 lettori su 10 non leggono i contenuti che condividono, questo perché talvolta il titolo sazia una specifica visione del mondo e lo fa in maniera immediata, l’utente dal canto suo reputa attendibile il canale di informazione dal quale proviene.
Una situazione che si fa sempre più allarmante se si pensa che ciò che condividiamo all’interno della nostra community di riferimento ha la capacità di influenzare le opinioni di chi ci reputa attendibili, che sono le stesse persone con le quali condividiamo una certa visione della realtà, nonché una determinata scala valoriale.
I dati sull’analfabetismo funzionale ci lasciano perplessi, la percezione è che ci stiamo dirigendo sempre più verso una deriva culturale senza precedenti e se tra il 2003 e il 2008 – anni in cui i social attraversavano la fase che oserei definire pre boom – uno studio OCSE sulla fascia d’età 16-65 indicava l’Italia come testa di serie di una infausta classifica con il 47% di individui funzionalmente analfabeti, in tempi più recenti il Corriere della Sera ha citato uno studio (dati OCSE PIAC 2016) che sostiene che gli analfabeti funzionali in Italia ammontano a 11 milioni.
Nonostante il PD abbia pensato a un ddl sulle norme generali in materia di social networks per arginare il fenomeno della diffusione delle fake news, il problema principale è di natura culturale ed è legato alla individuale capacità critica. Se per Tocqueville: “la democrazia è il potere di un popolo informato” , gli artefici del nostro futuro siamo proprio noi.

AUTORE A.C. C.I. AS4849182

Precedente Auto-diagnosi mediche: le perplessità dei medici e quelle della Rete Successivo Bari come Londra: un occhio per ammirare la bellezza della città